Le NBA Finals e il Draft

La stagione NBA 2014-2015 è andata ufficialmente in archivio da ormai quindici giorni. Un articolo era obbligatorio, ma sarebbe stato spiacevole concluderlo con la consapevolezza che i canestri sarebbero ripresi solo a fine ottobre. Ho preferito aspettare la notte del Draft, che alcuni considerano fondatamente come il primo appuntamento della stagione successiva.

I Golden State Warriors sono campioni NBA, avendo sconfitto i Cleveland Cavaliers per 4-2 nella serie finale, in cui la migliore contendente dell’Est affronta la migliore dell’Ovest. I Cavs hanno vinto le Gare 2 e 3, portandosi in vantaggio per 2-1 e conquistando temporaneamente il fattore campo, di cui inizialmente non disponevano. Ma le sconfitte interne nelle Gare 4 e 6 hanno regalato il successo alla franchigia di Oakland, in California. Se mai fosse possibile ricondurre a sintesi un risultato frutto di un’operazione così complessa, diremmo che la scelta decisiva è stata quella, da parte di coach Kerr, di schierare titolare Andre Iguodala (che, dopo tre partite, ha preso il posto di un Andrew Bogut tutt’altro che incisivo), affinché potesse marcare LeBron James in difesa, e lasciare libero il centro dell’area in attacco. Iguodala, eccellente difensore e realizzatore altalenante, ha mantenuto un’ottima percentuale dal campo (52,1%) e da tre punti (40%) nella serie Finale.

Golden State Warriors

L’esito di una gara così equilibrata, in cui i dettagli possono fare la differenza, è sempre imprevedibile. Ma gli slogan con cui le squadre si sono presentate ai Playoff avrebbe potuto lasciar presagire qualcosa. Quello dei Warriors, “Strength in numbers” (“La forza nei numeri”), serviva a ricordare che Golden State ha chiuso la stagione regolare in testa a molte statistiche, sia offensive che difensive. “All-in”, il motto di Cleveland, rivelava che i Cavaliers avrebbero fatto il possibile per ottenere una vittoria razionalmente impronosticabile. I Cavs hanno avuto la loro occasione all’inizio della serie: per la prima volta nella storia, le prime due gare di finale si sono concluse all’overtime. I Warriors hanno rispettato il fattore campo nella prima, chiudendo avanti di otto lunghezze dopo aver rischiato che i Cavs segnassero il canestro decisivo nei regolamentari, e gli uomini di coach Blatt hanno lottato contro tutto e tutti per portare a casa le due partite successive.

Gli infortuni subiti durante la postseason dagli All-Star Kevin Love e Kyrie Irving, sommati a quello del lungodegente Anderson Varejao, hanno limitato notevolmente le soluzioni offensive dei Cavaliers. Per la stagione appena conclusa, i tre assenti hanno inciso per il 39,93% sul monte salari della squadra, a testimonianza del loro rilievo tecnico. Se l’inesperienza a questo livello era condivisa con gli avversari, la mancanza di alternative e la stanchezza sono probabilmente state decisive. L’inevitabile stanchezza, causata da una rotazione molto ridotta, ha chiesto un sacrificio eccessivo alla squadra del nord-est dell’Ohio, con LeBron James che ha segnato 41 punti di media nelle prime tre gare di Finale, realizzando il record ogni-epoca di 123 punti complessivi. Malgrado le sue impressionanti medie conclusive (35.8 punti, 13.3 rimbalzi e 8.8 assist), il “Prescelto” non è riuscito a vincere il premio di MVP delle Finals, che è stato sorprendentemente ma non immeritatamente assegnato al suo marcatore, Andre Iguodala.

Karl-Anthony TownsIl Draft NBA è l’evento a cadenza annuale durante il quale le franchigie professionistiche selezionano i prospetti in uscita dal college (o provenienti da campionati esteri) da aggiungere alle proprie file a partire dalla stagione successiva. In breve, il sistema prevede che le squadre peggiori dell’ultima stagione abbiano più possibilità di scegliere per prime, al fine di garantire una tendenza a riequilibrare le forze tra le franchigie, con l’obiettivo ultimo di garantire a tutte loro di avere, nel medio periodo, una possibilità di competere per il titolo. Con la prima scelta assoluta, i Minnesota Timberwolves hanno selezionato Karl-Anthony Towns, centro in uscita dall’Università del Kentucky. D’Angelo Russell è stato la chiamata dei Lakers alla due, mentre i Sixers hanno scelto Jahlil Okafor alla numero tre. C’è curiosità anche per Kristaps Porzingis (lettone selezionato alla quattro dai Knicks e subissato di fischi dai suoi nuovissimi sostenitori), Mario Hezonja (croato che proviene dal Barcellona, forte quanto sfacciato, che giocherà negli Orlando Magic), Emmanuel Mudiay (nuovo playmaker dei Denver Nuggets che viene dalla Cina, dove ha giocato in cambio di un compenso economico irrinunciabile), Justise Winslow (scelto dai Miami Heat alla decima chiamata assoluta, mentre era previsto che sarebbe rientrato tra le prime cinque) e molti altri. Il Draft è materia complessa, ed è impossibile prevedere con esattezza quello che il futuro riserverà. La storia insegna che gli errori clamorosi sono dietro l’angolo, e che una chiamata sbagliata può causare anni di purgatorio in attesa di una nuova occasione. Non mancano le intuizioni geniali e soprattutto le occasioni favorevoli, senza dimenticare che è possibile tirare le somme solo a qualche anno di distanza.

Molto meno manca alla prima palla a due della prossima stagione, che dovrebbe portare la data di uno degli ultimi giorni di ottobre. La voglia di rivincita dei Cavs, il desiderio di conferma dei Warriors, l’intento di mettersi in luce da parte dei rookies saranno solo alcuni dei temi da sviluppare durante le ottantadue partite di regular season disputate da ogni franchigia. Nel frattempo, non ci faremo mancare le numerose operazioni di mercato, che coinvolgeranno anche All-Star e giocatori plurititolati. L’NBA va in vacanza, ma solo apparentemente, perché i meccanismi della prima lega sportiva al mondo non si fermano mai.

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