BUFFA RACCONTA IL GRANDE TORINO

È raro che il destino confermi un epilogo progettato da una mente umana. Nessuno può conoscere con certezza il proprio futuro, e questa è una delle cose che rendono la vita degna di essere vissuta. La storia è implacabile nel ricordarci che non tutte le vicende si concludono con un lieto fine, e il fato ha ribadito il suo ruolo anche a proposito di una delle squadre italiane più forti di tutti i tempi, magistralmente raccontata da Federico Buffa, per la serie “Storie di Campioni”, in onda su SKY.

La storia del Grande Torino comincia nel 1942, con gli acquisti dal Venezia di Ezio Loik e Valentino Mazzola, mezze ali di destra e sinistra, che avrebbero giocato alle spalle del tridente d’attacco, nella migliore interpretazione di sempre del sistema WM, corrispondente all’ormai desueto modulo 3-2-2-3.

Il simbolo del Grande Torino è stato proprio Valentino Mazzola. Abituato a percorrere 30 km in bicicletta per recarsi sul luogo di lavoro come operaio all’Alfa Romeo, ha sempre mantenuto una perfetta forma fisica. Dopo il lavoro, Mazzola si fermava a giocare a calcio con i colleghi, prima di rientrare a casa, colmando la stessa distanza già percorsa all’andata. Aveva corsa, dribbling e tiro, e soprattutto voglia di vincere. Il suo primogenito, Sandro, sarebbe diventato una bandiera dell’Inter.

Il Torino degli anni Quaranta conquistò il campionato per cinque volte. L’11 maggio del 1947, nell’amichevole vinta dalla nazionale italiana contro l’Ungheria, i giocatori azzurri di movimento erano tutti granata. Niente avrebbe mai potuto lasciar presagire quello che stava per succedere.

Il Grande Torino

La tragedia ebbe luogo il 4 maggio del 1949, durante il viaggio di ritorno da Lisbona, dove il Torino aveva appena giocato un’amichevole contro il Benfica, il cui incasso sarebbe stato donato a Francisco Ferreira, capitano dei portoghesi, in serie e note difficoltà economiche. Il Torino avrebbe dovuto fare scalo a Malpensa, ma si dice che Valentino Mazzola, a nome di tutti, abbia insistito per rientrare direttamente nel capoluogo piemontese, a causa dell’insostenibile stanchezza accumulata nel tempo dalla squadra.

Le condizioni atmosferiche erano avverse. La torre di controllo aveva una visibilità quasi inesistente, e fece sapere all’equipaggio a bordo di non essere in grado di favorire l’atterraggio. L’altimetro misurava millenovecento metri, quando invece l’aereo era a non più di cinquecento. L’impatto contro la basilica di Superga, che sorge sull’omonimo colle, ad est di Torino, fu fatale.

Trentuno passeggeri, trentuno vittime, inclusi tre dirigenti, tre allenatori, tre giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Le persone a bordo di quell’aereo ci hanno lasciato, ma il loro ricordo continua a vivere nel cuore di chi è rimasto. In memoria dei caduti, il muraglione posteriore dalla basilica di Superga, colpito dall’aereo, non è mai stato restaurato. L’anno successivo, per recarsi in Brasile per disputare i Mondiali, la Federazione italiana preferì affrontare un viaggio in nave di tre settimane, piuttosto che ricorrere al trasporto aereo.

Ma l’enorme partecipazione ai funerali, con quasi un milione di persone scese in piazza a dare l’ultimo saluto ai giocatori, sarebbe di per sé sufficiente a dimostrare il segno lasciato in un’intera Nazione, da una squadra che mai sarebbe potuta invecchiare.

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