Buffa racconta la dinastia Maldini

Ieri, sabato, per “Storie di Campioni”, Federico Buffa ci ha raccontato la storia di una dinastia che ha lasciato la propria impronta indelebile nel mondo del calcio.

Paolo-CesareMaldiniCesare Maldini è nato a Trieste, ma è diventato famoso a Milano, nel Milan, dove è approdato in seguito al pagamento di un prezzo di cartellino pari a 58 milioni di lire. Nel 1963, è stato il primo capitano di una squadra italiana ad alzare la Coppa dei Campioni, al termine della finale contro il Benfica. Fino all’anno precedente, l’allenatore del lusitani era stato Bela Guttman, che aveva suggerito a Cesare, suo giocatore sia alla Triestina che al Milan, di giocare al centro della difesa, nella zona in cui le partite vengono decise.

Cesare è entrato inevitabilmente nel cuore dei tifosi, che temevano di dover aspettare almeno mezzo secolo per incontrare un giocatore del suo livello. Si sbagliavano. Quando Cesare è diventato padre per la quarta volta, nel 1968, non aveva idea — né sperava — che suo figlio lo avrebbe superato nettamente. La coordinazione locomotoria di Paolo ha convinto tutti che sarebbe potuto diventare un calciatore, malgrado suo padre, se avesse potuto, avrebbe deciso diversamente. Il 12 settembre del 1978, dopo un brevissimo provino, Paolo è stato messo sotto contratto dal Milan, dove sarebbe rimasto per 31 anni. Era tifoso della Juventus, e aveva scelto i rossoneri a discapito dell’Inter, risolvendo il bivio di fronte al quale era stato posto da suo padre.

Non sicuro del ruolo in cui preferiva giocare, provò inizialmente come ala destra. Con Tassotti, Baresi e Costacurta, avrebbe formato una linea difensiva invalicabile, confermando che non tutto è chiaro dall’inizio. L’esordio, datato 20 gennaio 1985, avvenne a partita in corso, in sostituzione dell’infortunato Sergio Battistini. La chiamata in causa fu inaspettata, al punto che dovette farsi prestare le scarpe da gioco da un suo compagno, Ray Wilkins: erano di due misure più piccole.

Paolo ha avuto grande rispetto nei confronti di Franco Baresi e Agostino Di Bartolomei, dai quali ha imparato che un capitano dev’essere un leader silenzioso. Deve dire poche cose, ma essere preciso e sentenziare. La sua crescita personale e professionale è stata favorita dalla possibilità di essere allenato da Nils Liedholm, Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Carlo Ancelotti, che hanno arricchito una base di eleganza e correttezza ereditata dal padre e particolarmente consistente.

Uno dei momenti più significativi della carriera di Paolo Maldini è rappresentato dal successo in Champions League nel 2003, all’Old Trafford di Manchester, contro la Juventus, che gli ha permesso di alzare al cielo la Coppa dei Campioni, a 40 anni esatti di distanza da suo padre, e sempre in Inghilterra.

Una passione smisurata per il gioco del calcio, verso il quale si è dedicato completamente. Ogni critica ha costituito un incentivo, ogni fallimento è stato visto visto come un’occasione di rivalsa. La sconfitta nella finale di Champions del 2005 non poteva costituire l’ultimo capitolo di una splendida carriera, ed il riscatto è arrivato solo due anni più tardi, contro gli stessi avversari.

Il rapporto con una parte della tifoseria non è stato facile. Qualcuno ha addirittura avuto il coraggio di fischiarlo, nel giorno della sua ultima partita a San Siro, nel 2009. La sua risposta, come sempre educata e decisa, non si è fatta attendere. Dopotutto, è nei momenti più difficili che bisogna essere maggiormente presenti. Come dice lui, una bandiera si vede quando il vento soffia forte.

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One comment

  1. Dà da pensare il bel tributo che gli fece la curva dell’Inter durante l’ultimo suo derby… Ovviamente questo non vuole essere un commento “di parte”, è solo un’osservazione sul fatto che quando ci sono i veri campioni, leali e corretti poi anche gli avversari lo riconoscono.

    Per quei 2 scemi che lo fischiarono alla sua ultima partita… di elementi così ci sono in tutte le tifoserie.

    Ah, buon derby! (con larghissimo anticipo)

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