Paolo Condò intervista Rafa Benitez

Rafa Benitez, allenatore di calcio, è un grande pensatore che ama curare i dettagli. Gli si chiede se ricorda cos’ha detto ai suoi giocatori durante l’intervallo della finale di Champions del 2005, e lui non può averlo dimenticato. Il Milan aveva segnato il gol del 3-0 ad un minuto dalla fine del primo tempo, facendo diventare carta straccia l’appunto su cui aveva scritto le indicazioni riservate ai suoi giocatori, ai quali si limiterà a ricordare il duro lavoro svolto fino a quel momento, invitandoli a giocare a testa alta e cercare di segnare un gol per rientrare in partita. Il Liverpool avrebbe poi vinto quella finale ai rigori, in una delle 8 serie dal dischetto in cui Benitez ha visto trionfare la propria squadra, su 10 occasioni totali.

Malgrado la sconfitta subita contro i rossoneri nella rivincita di quella partita, l’allenatore spagnolo ha una percentuale vincente nelle finali. La preparazione del suo staff è fondamentale, come da lui più volte ribadito, così come la necessità di mantenere i giocatori concentrati e motivati.

È spesso subentrato ad allenatori che avevano ottenuto risultati eccellenti. È arrivato al Valencia dopo una finale di Champions, all’Inter dopo il triplete, al Chelsea dopo il raggiungimento della vetta dell’Europa, sempre con la convinzione di poter mantenere la squadra ad alti livelli, magari esprimendo un gioco migliore che in passato.

All’attuale allenatore del Napoli vengono poste molte domande sui suoi giocatori. Parla di Higuain, rimotivato dopo l’eliminazione ai playoff di Champions. Di Reina, di cui si sente la mancanza in spogliatoio. Di Insigne, più adatto a giocare da esterno che dietro la punta. Di Gabbiadini, che mostra costantemente il desiderio di imparare. Benitez riserva alla tattica un ruolo di primo piano, ma insiste anche sull’importanza della personalità.

Si ispira a Sacchi, che si curava soprattutto dei propri giocatori, limitando lo studio degli avversari. Al contrario, però, Benitez cura meticolosamente ogni dettaglio nell’analisi preventiva delle squadre che affronta. Assimila Napoli alla città di Madrid, in cui è nato e vissuto, e ne parla benissimo, anche se preferisce vivere ad alcune decine di chilometri di distanza, per essere più vicino al centro d’allenamento in cui dovrebbe recarsi quotidianamente.

La domanda conclusiva è la più difficile. Gli si chiede se preferirebbe la panchina del Real Madrid, essendo nato nella capitale ed avendo militato nelle giovanili dei blancos, o l’adorata nazionale spagnola. Non sceglie con decisione, benché stimolato dall’intervistatore, ma ammette che la seconda ipotesi sarebbe più adatta a fine carriera. Considerata la sua viscerale passione per il calcio, quel momento sembra ancora lontano.

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